Chi ama la propria moglie ama se stesso

Il testo di S. Paolo nella Lettera agli Efesini (5, 2528) è di una chiarezza assoluta: Voi mariti amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso.

Non ci sono in questo testo delle semplici indicazioni circa il tipo di amore reciproco, ma c’è il richiamo ad un motivo molto più ampio: l’uomo deve sentire la responsabilità di essere Cristo.

Mettendo da parte i termini sociali, oggi indubbiamente assai diversi, resta sul piano della spiritualità l’invito all’uomo a sentire la propria funzione di essere Cristo nel senso immolativo della parola. Cristo ha donato se stesso per la Chiesa, perché questa fosse santa e immacolata, l’uomo deve immolare se stesso e non porsi in un rapporto egoistico, possessivo, di dominio. Egli deve immolare se stesso perché la propria sposa possa raggiungere lo splendore, la immacolatezza di cui si parla a proposito della Chiesa. L’uomo è in qualche modo simbolo di Cristo e la donna simbolo della Chiesa. Dall’unione della donna con l’uomo nascono i figli; dall’unione di Cristo con la Chiesa, sua Sposa, nasce il popolo di Dio. É una simbologia non semplicemente apparente ma profonda: i figli che nascono dalla Chiesa e da Cristo sono gli stessi che nascono dalla donna e dall’uomo santificati da una simile spiritualità. Quindi, giova ripeterlo, non semplicemente un simbolo, ma una unione profonda per cui quello che è un rapporto naturale diventa un rapporto spirituale che trova la sua completezza nella realtà ecclesiale.

 

Guglielmo Giaquinta