Verso Firenze, prima tappa...USCIRE

a cura di Marialuisa Pugliese

 

Uscire … per trovare in Cristo il nuovo umanesimo!

Uscire … per compiere un nuovo esodo che, oggi più che mai, si pone a fondamento di un’autentica esperienza cristiana a servizio dell’uomo.

Uscire … per incontrare gli uomini e le donne della nostra storia, per porgere la mano ai fratelli che chiedono vicinanza.

Uscire … per accorciare le distanze e toccare la carne sofferente di Cristo … presente nell’umanità.

Uscire … per svuotarci di noi stessi, per liberarci dal nostro piccolo mondo egocentrico, per arricchirci di Dio e arricchire l’altro di Dio.

Uscire … per incamminarci lungo il binario della santità-fraternità, per rendere visibile l’icona della “santità a grappoli” a cui il Signore chiama la sua Chiesa.

 

 

Il Signore disse ad Abram:

“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria

e dalla casa di tuo padre,

verso il paese che io ti indicherò.

Farò di te un grande popolo

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e diventerai una benedizione”.

            Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.

Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello,

e tutti i beni che avevano acquistati in Carran

e tutte le persone che lì si erano procurate

e si incamminarono verso il paese di Canaan. (Gen 1,1-5)

 

 

Per il cristiano, come per Abramo, il movimento dell’uscire è sempre straordinariamente frutto di una chiamata. È sempre la Parola di Dio che ci raggiunge con la sua soave potenza, sia ad ascoltarla con le orecchie, sia a sentirla risuonare nell’intimo dell’anima. Essa è capace di dilatare la mente e il cuore verso orizzonti fino al momento prima insospettati. E mette in moto tante energie dell’essere, a cominciare dal coraggio e dall’entusiasmo, e dona senso all’agire.

È vero che tante volte, di fronte all’invito a uscire, pur assaporandone la gioia prevale l’irriducibile timore del nuovo, oppure è la lacerazione del distacco che viene a porsi come ostacolo insormontabile. Ma è anche vero che, per uscire, bisogna prepararvisi alla lontana. E c’è un segreto per farlo: quello della disponibilità. Prima ancora che ad andare, ad ascoltare, a capire quale sia il progetto più vero che abita la nostra persona. E non una volta per sempre … ma ogni volta che gli eventi ce lo chiedono, ogni giorno potremmo dire.

Questa è la dimensione vocazionale della vita, questa è la portata missionaria della fede cristiana: disporci a uscire per incontrare il volto dell’umanità in cui misteriosamente si specchia il volto del Cristo, per camminare insieme alla sua sequela.

 

 

La Chiesa “in uscita” è la comunità dei discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano … La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore, e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa!         

Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene.

                        Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 24; 87

 

 

Solo quando ci siamo disposti a uscire per le strade del mondo e ci siamo messi in movimento, a mano a mano ci accorgiamo che il cammino diventa più facile perché abbiamo imparato a poggiare i nostri piedi nelle orme lasciate da Dio; ci rendiamo conto che i passi che facciamo diventano più sicuri perché sono sostenuti dalla compagnia di tanti fratelli; scopriamo quanto sia più bello dare che ricevere! E nella solidarietà riceviamo pure …

 Allora possiamo intonare il cantico dell’esodo, come se camminassimo nel cuore di una interminabile processione offertoriale, gioiosi di esprimere la nostra povera corrispondenza d’amore, carica di umanità ma ricca d’infinito. Una processione ideale che si va svolgendo in una continua dinamica di chiamata-risposta che non abbiamo paura di chiamare “santità”.

  

Abramo 

Abramo, perché dormi?

non le senti

le stelle che ti chiamano lontano

là nel deserto

fuori dalle case,

cittadino del mondo?

Era un sogno, uno spettro,

era un comando?

 

Lasciò il padre e la madre e la sua terra

prese con sé la tenda e una kinura

per cantare alle stelle del deserto

e nel cuore della notte

scomparve solo.

 

Camminò tutto il giorno ed altri giorni

ma quando, stanco,

l’avvinse il sonno

gli apparve Sara

amica della vita

sposa e sorella

sola e senza figli

con il volto del pianto.

 

Abramo

cittadino del mondo

fammi stare al tuo fianco.

 

Non era un sogno;

Sara era giunta e stava accanto a lui

sfinita dal cammino

vinta dal caldo e dalle stelle fredde

per essere anche lei

cittadina del mondo

la sorella di tutti.

 

Ebbe inizio così

la stirpe errante

la gente delle stelle e della sabbia,

di una tenda posata per un giorno

in cerca sempre

di fratelli nuovi.

 

Abramo fu sepolto nel deserto

accanto ad una palma

dove sgorgava

un fiotto d’acqua,

ma la sua tenda se la prese Isacco

e poi Giacobbe

ed altri appresso a lui

finché giunse a Gesù

il Figlio di Maria

cittadino del mondo

il Fratello di tutti.

*   *   *

Se la voce ti chiama, piccola Sara,

non piangere:

è tua vocazione il deserto

ed una tenda

e tanti volti nuovi

a cui ridire

la parola d’amore

del Fratello di tutti,

di Gesù.                            

Guglielmo Giaquinta