Nadia e Lamiya, la tortura ed il riscatto

Lamiya Aji Bashari e Nadia Murad
Lamiya Aji Bashari e Nadia Murad

Ogni anno il Parlamento Europeo dedica il premio Sakharov "a persone che abbiano contribuito in modo eccezionale alla lotta per i diritti umani in tutto il mondo".

Quest'anno la Ue assegna il Sakharov a Nadia e Lamiya. Le loro storie, che hanno un volto e un nome, ci richiamano l'atroce condizione di tante schiave del califfato.

Questa assegnazione - riferiscono le fonti della UE - "rappresenta un incoraggiamento e un simbolo per noi a non avere paura".

 

Torturate, violentate per mesi, sfuggite a un genocidio spaventoso perpetrato dal Daesh nel nord dell’Iraq. Proprio mentre è in corso l’operazione militare per liberare Mosul, la seconda città dell’antica Mesopotamia divenuta la “capitale” del Califfato, il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero a due donne della comunità yazida, oggetto di un autentico sterminio da parte del Daesh nelle montagne del Sinjar, subito a nord di Mosul.

Parliamo di Nadia Murad, 23 anni e Lamiya Aji Bashari, 18 anni. Murad e Bashari, ha detto il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, annunciando l’assegnazione, «sono diventate la voce delle donne vittime della campagna del Daesh di violenza sessuale e riduzione in schiavitù», e il premio indica che «l’Europa non resta indifferente ed è impegnata a sostenere queste persone coraggiose che incarnano questi valori». La cerimonia di consegna del premio è programmata per il 14 dicembre.

Entrambe erano state catturate dal Daesh nell’attacco del loro villaggio, Kocho, il 3 agosto 2014. I jihadisti hanno trucidato tutti gli uomini, mentre le donne giovani, tra cui Bashar, Murad e le loro sorelle, sono state rapite e ridotte in schiavitù sessuale. Murad è riuscita a fuggire dalla prigionia nel novembre 2014, con l’aiuto di una famiglia che l’ha segretamente trasportata fuori dalla zona controllata dal Daesh. Dopo qualche tempo, è giunta in Germania. Nel dicembre 2015 è stata invitata a parlare di fronte al Consiglio di sicurezza dell’Onu. «Moriamo ogni giorno perché il mondo sta in silenzio di fronte alla nostra tragedia», ha detto. «Mia madre – ha raccontato – ha visto i jihadisti uccidere i miei fratelli e poi hanno preso anche lei e l’hanno assassinata», quindi «mi hanno portato a Mosul e mi hanno violentata. Quello che facevano alle donne era peggio della morte».

Nel settembre del 2016 è divenuta la prima ambasciatrice dell’Unodc (l’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), in questo ruolo sta partecipando a varie iniziative per promuovere la consapevolezza sulla situazione di schiavitù in cui vivono molte persone in tutto il mondo. Murad era stata nominata dall’Iraq, alcuni mesi fa, per il premio Nobel per la Pace. Il premio, ha commentato ieri, «è un potente messaggio al gruppo terroristico di Daesh: la sua disumanità criminale viene condannata e le sue vittime vengono onorate dal mondo libero». Per Bashari il martirio è durato ancora più a lungo. Venduta a un dirigente del Daesh a Raqqa, la “capitale” dei terroristi in Siria, è stata costretta ad aiutare il suo aguzzino persino a costruire ordigni e a prestazioni sessuali. «Se mi rifiutavo – ha raccontato – mi tirava per i capelli, mi picchiava con un tubo di gomma». Ha cercato varie volte di fuggire, finché, grazie a dei contrabbandieri pagati dalla famiglia, nell’aprile del 2015, ci è riuscita ma a un alto prezzo.

Durante la fuga è esplosa una mina antiuomo: due persone che la stavano aiutando sono morte, lei stessa è stata gravemente ferita ed ha perso quasi totalmente la vista. È stata rapidamente portata in Germania per le cure mediche. Dopo la guarigione, è ora impegnata nella sensibilizzazione sulle atrocità contro gli yazidi, aiutando donne e bambini vittime delle violenze del Daesh.

«Speriamo – si legge in un comunicato di Yazda, una Ong che sostiene la comunità yazida – che, oltre a questo importante riconoscimento, la comunità internazionale presti maggiore attenzione agli yazidi: alle migliaia di donne e bambini ancora in prigionia, alle migliaia di uomini scomparsi e alle centinaia di migliaia di sfollati in Iraq e altrove».

 

 Giovanni Maria Del Re - fonte: Avvenire