Essere o avere

L’occasione del cambio di stagione mi offre, anche quest’anno, una serie di opportunità: saltare il pranzo per finire entro notte, slogarmi una caviglia durante le acrobazie sulla scala, ma anche, voltandola in positivo, la valutazione di quanto davvero tutto quello che possediamo nella nostra famiglia sia davvero tutto quello di cui abbiamo bisogno, oppure un migliaio di cosette in più?

Certo, non posso fare un atto di forza e decidere per tutti e quattro perché la famiglia si compone di persone, con una testa, un cuore ed… un guardaroba!

 

Quindi provo solo a ragionare su questo per cercare, io per prima, di darmi una “regolata”.

La famiglia, piccola nucleare, ma anche più grande, parrocchiale, ecclesiale, mondiale, è formata da persone. Che non sono cose. E queste persone vivono inserite in un mondo dove ci sono altre persone, ma anche tante altre cose.

Così mi viene in mente un libro letto al tempo delle medie (paleolitico, ormai) di Eric Fromm: Avere o Essere.

All’epoca non riuscivo a comprendere cosa significasse il titolo. E non l’ho capito per molto tempo.

Forse sono dovuta diventare madre per comprenderlo appieno. E forse nemmeno del tutto.

Ora, consapevole di quanto possa fare la differenza impostare la propria vita su uno dei due diversi (ed antagonisti?) verbi ausiliari, vorrei provare a plasmarci le mie scelte e, perché no? osare anche con uno stile di vita, per trasmettere a Giulia e Chiara quella differenza sostanziale (ed esistenziale) da non poco conto che passa tra vivere per Avere o vivere per Essere.

Ed io punterei all’Essere.

Non solo sull’Essere Umano, come quello in cui crede Marco Mengoni che a loro piace tanto (e pure a me), ma nemmeno quello della frase abusata da tutti di voler essere sempre sé stessi che va tanto di moda.

Ci provo, semplicemente a fare la mia parte di madre, nonostante lo stupore che già vedo aprirsi sui loro volti, perché, conoscendomi, penseranno subito che possa trattarsi dell’ennesimo decalogo/ripartizione compiti in casa (tranquille! ci ho rinunciato..).

Fermi tutti.

 Qui si parla di scelte: vivere o vivacchiare, amare o parassitare, condividere o approfittare.

Se dovessi partire dalla prima idea che mi viene in mente sulla differenza fondamentale tra l’impostare la propria vita sull’Essere o sull’Avere, partirei da quel primo microscopico puntino che Lui ha deciso di donare proprio a me e Luca, un puntino che, alla prima ecografia, era già grande come un fagiolino (per la par condicio, e per evitare crisi d’identità, in questo, ma solo in questo, Giulia e Chiara hanno seguito lo stesso processo evolutivo).

E già qui mi viene da ringraziare perché eravamo in due!

Il Grande Capo, d’altronde, non fa le cose a caso e poi come va va, ma le ha pensate, ragionate, regalate perché avessero un senso compiuto. Per questo ha pensato dovessimo essere (arieccoci con essere!) in due, perché ha capito che uno da solo non ce la poteva fare. Nemmeno ha voluto che fossero due qualunque, ma due diversi e complementari, una in preda agli ormoni, l’altro al testosterone, una teoricamente accogliente, l’altro praticamente combattente. Insomma, Lui che le cose o le fa per benino o lascia stare, ha pensato che dovessimo essere due e…udite udite, che si amino pure! Eh sì, perchè i due esseri che da noi sono passati non sono il frutto di qualche esperimento in provetta, e nemmeno di combinazioni emozionali più o meno durature, ma, almeno ci proviamo, il punto di incontro/partenza/arrivo/decollo di un sentimento che va oltre le difficoltà, le differenze, gli egoismi, i limiti che ciascuno ha e, di conseguenza, porta anche dentro la nostra relazione.

Loro sono la realizzazione del sentimento dell’essere appunto: l’Amore.

Il primo, da cui tutto è iniziato: il Suo.

Il secondo, da Lui benedetto: il nostro.

A seguire ne è passato di tempo e di esperienze, di gioie e di preoccupazioni, di risate, sgridate, cadute e risalite (e non solo dal letto a castello) che ci hanno permesso di essere sempre più vicini, sempre più uniti, persino sempre più insopportabili gli uni agli altri.

Ci sono stati lavoretti di Natale finiti in cantina e recite, pagelle, sport provati e subito dimenticati, domeniche da riempire, compleanni festeggiati al parco, lasagne di nonna Vanna e torte di nonna Tella, vacanze al mare ed in montagna, ….ma un unico filo conduttore, un voler essere famiglia, accompagnati da una serie di sassolini che, come nella favola di Pollicino, ci hanno condotto fino a qui.

Ora che l’adolescenza sta provando a stravolgere tutte le certezze (ma tanto non ci riece…), mi domando dove saremmo già precipitati senza questi sassolini benedetti (in tutti i sensi…) che sono stati i momenti di gioia, le persone care vicine, la parola giusta nel momento dello sconforto, i sorrisi, le carezze, persino i silenzi, quando servono, che ci hanno permesso di continuare a costruire questo nostro progetto di famiglia.

E mentre li cerco, giorno dopo giorno, mi sento cullata dalla tranquillità di Essere stata riportata a Casa ogni volta.

Da qui parte il primo significato che voglio esprimere per l’Essere: la presenza.

E nemmeno una presenza qualsiasi, per fare numero

Una presenza viva, reale, amorevole. Una presenza ispirata da Chi ci ha reso presenti nel mondo.

Ormai l’ho capito, anche se ho resistito finché mi è stato possibile, che il maggior desiderio per le nostre figlie è crescere, avere le proprie opinioni, anzi, guai a pensare come noi, perché può nuocere gravemente alla salute! Ma, se proprio è giunto di momento di lasciarle, che sia almeno con una piccola torcia di emergenza ….per  continuare a trovare i sassolini anche al buio.

Chissà se si ricorderanno di cercarli sempre? Chissà se la gioia di sentirsi figlie (e non mi riferisco solo a me e Luca, anche perché lo so che in questo momento questa non è una gran gioia …) le aiuterà ad affrontare il percorso che si apre davanti posizionando il tasto on sull’Essere ed il tasto off sull’Avere?

Infondo, senza stare troppo a scrivere liste, le cose importanti, a pensarci bene, sono davvero poche, difficili anche, ma le uniche in grado di permetterci di Essere quello per cui siamo stati creati e di non Avere l’arroganza di sentirci noi i creatori.

Si tratta di capire che nella vita si incontrano tante persone, con alcune delle quali possiamo riconoscerci, ma anche chi è totalmente diverso da noi, chi celebra la vita e chi inneggia alla morte, chi cerca la Luce e chi ama il buio, chi rispetta le regole e chi le infrange.

Vivere per essere significa imparare a riconoscere la bontà da chiunque provenga, evitando che i portatori di false verità ci lascino segni più impressi nel cuore dei portatori di pace e speranza.

Si tratta di usare gli occhi per guardare, senza girarci dall’altra parte quando vediamo la sofferenza, l’ingiustizia, il male, ma contrastarlo con l’entusiasmo, la rettitudine, il bene.

Non preoccupandosi di cadere. Anche se non basterà più il cerotto di Barbapapà che fa passare tutto, mi auguro sappiano rialzarvi ogni volta, con la forza di chi si sente al sicuro. Perché, che ne siano consapevoli o meno, io vorrei sentissero di essere al Sicuro, dato che  il 3 giugno del 2001 ed il 27 marzo del 2005, che non sono i giorni dei loro compleanni ma il giorno in cui sono state battezzate, noi abbiamo cercato di fare proprio questo!

Magari non proprio comprando il biglietto dell’Arca di Noè, ma nemmeno del Titanic!

All’epoca volevamo, ed oggi ancora di più, che fossero accolte dentro braccia grandi e forti, da cui anche a noi fa tanto bene stare, anche ora che siamo grandi, anzi, soprattutto ora che dobbiamo essere grandi.

Vivere per essere vuol dire usare le orecchie per ascoltare buona musica, buone parole, buoni sentimenti, ma anche il rumore assordante del dolore, non appartandosi nel silenzio ovattato di una vita che non è reale, anche se fosse insonorizzata da pareti d’oro. Non perdere mai la possibilità di ascoltare il battito del proprio cuore, che ci ricorda che siamo vivi, che siamo unici anche nel modo di dare e ricevere, che siamo creature e non oggetti.

Vivere per essere vuol dire usare l’olfatto per sentire i profumi, non spaventandosi quando sentiamo puzza di marcio. Il marcio ci circonda, ma se non glielo permettiamo non ci può penetrare

Vivere per essere vuol dire usare il tatto non per vivere di facili e fugaci emozioni, che si fermino a livello epidermico, ma trasmettere attraverso il nostro corpo la gioia di una condivisione, la meraviglia di un dono. Il nostro corpo è prezioso come lo è la nostra anima. E’ stato pensato e sognato per compiere una missione speciale, la nostra missione speciale. Sarà la maternità, sarà altro. Ma non bisogna dimenticare mai di rispettarlo questo corpo regalatoci per amare come siamo stati profondamente amati ancor prima che si materializzasse.

Vivere per essere vuol dire usare il gusto per assaporare i sapori della buona cucina (ed in questo si riconosceranno tutti i geni che ho trasmesso...), ma anche per direzionare la nostra vita verso il vero godimento delle cose, che non è un loro utilizzo fine a se stesso. Non tutto quello che ci piace può essere comprato, anche se si ha il denaro e l’occasione di poterlo fare. Il gusto di assaporare la vita è vivere spesso proprio quello che sembra senza sapore per il resto del mondo. Sarà difficile ma sarà il gusto migliore da sperimentare.

Vivere per essere vuol dire usare la nostra testolina per farci domande e cercare risposte, non fermandoci mai al primo ragionamento, andate oltre, guardare tutte le prospettive, confrontarci con chi ha la curiosità di conoscere e la saggezza di comprendere, anche partendo dai propri limiti. Anzi, soprattutto partendo da lì.

Vivere per essere vuol dire, infine, usare la nostra anima, il dono più bello, e su questo non bisogna risparmiare mai tempo ed energie.

Quest’anima ci è stata data non per tenerla chiusa in cassaforte, non per nasconderla, nemmeno per esibirla in modo egocentrico e fanatico, solo perché sentiamo di aver fatto qualcosa di buono.

Quest’ anima ci è stata donata, già quando eravamo il primo puntino/fagiolino che cresceva dentro una pancia, per lanciarci nel mondo, il mondo che ci è toccato, per spenderla, consumarla, logorarla fino all’osso (che se poi loro prenderanno dalla mamma prima di arrivare all’osso un po’ ci vorrà…).

 

L’opportunità di riportarla da Dove viene ancora più bella, luminosa, limpida va giocata fino in fondo.

Essere vuol dire vivere come siamo stati pensati: Creature uniche e preziose.

E poi essere vuol dire vivere felici, non della felicità delle frasi scritte sui Baci Perugina o di quegli attimi che sfuggono, ma felici ogni giorno, perché ogni giorno ha la sua fetta di gioia, ogni giorno, pur nelle storture, nelle difficoltà, nelle incomprensioni e nell’indifferenza, si apre sempre con un’aurora e si chiude sempre con un tramonto….che prelude al giorno dopo. 

 

Spero la loro vita sia un susseguirsi di tanti Essere, ma se proprio c’è un Avere a cui mi auguro possano non rinunciare mai è solo uno: Avere Fede di Essere Figlie di Dio!

 

Elisabetta Mariotti