Allargare gli orizzonti

«Aprite la finestra e guardate l’orizzonte»,  ha detto papa Francesco ai  giovani detenuti nel carcere minorile Las Garzas di Pacora. Per la prima volta, la liturgia penitenziale della Gmg è stata celebrata in un carcere. Preghiere, canti, riflessioni, poi le parole del papa. Al termine della liturgia penitenziale, il Papa ha confessato cinque giovani.

Il Vangelo proclamato è quello di San Luca, il brano in cui i farisei e gli scribi si scandalizzano per il comportamento di Gesù. Parlando dei farisei, papa Francesco ricorda che «mentre quelli si limitavano solo a mormorare», Gesù «accoglie i peccatori e mangia con loro». Due prospettive diverse: «uno sguardo sterile e infecondo - quello della mormorazione e del pettegolezzo - e un altro che chiama alla trasformazione e alla conversione: quello del Signore».

La scelta di Gesù è quella di «stare vicino e di offrire nuove opportunità». È più facile, «dare titoli e etichette che congelano e stigmatizzano non solo il passato ma anche il presente e il futuro delle persone». «Etichette che, in definitiva, non producono altro che divisione: di qua i buoni, di là i cattivi; di qua i giusti, di là i peccatori». Ma ognuno di noi, ha aggiunto papa Francesco, «è molto di più delle sue etichette». «Questo atteggiamento il inquina tutto perché alza un muro invisibile che fa pensare che emarginando, separando e isolando si risolveranno magicamente tutti i problemi». «Ci affascina aggettivare della gente». Ma questa cultura dell'aggettivo, ha ricordato il papa, scredita la persona.

 

Tutto il Vangelo è invece segnato dallo sguardo che nasce dal cuore di Dio. Dio non abbandona mai e il suo è un amore che «si fa carico della complessità della vita e di ogni situazione». Un amore «capace di offrire strade e opportunità di integrazione e trasformazione, di guarigione e di perdono, strade di salvezza». Gesù, ha affermato il santo padre, rompe anche «il mormorio interiore che emerge in chi, avendo pianto il proprio peccato, e consapevole del proprio errore, non crede di poter cambiare».

 

Alla mormorazione e alla condanna bisogna contrapporre l’inclusione e l’integrazione: «Una società si ammala quando non è capace di far festa per la trasformazione dei suoi figli; una comunità si ammala quando vive la mormorazione che schiaccia e condanna, senza sensibilità. Una società è feconda quando sa generare dinamiche capaci di includere e integrare, di farsi carico e lottare per creare opportunità e alternative che diano nuove possibilità ai suoi figli, quando si impegna a creare futuro con comunità, educazione e lavoro».

 

Prima delle parole del Papa, la testimonianza di un giovane detenuto, arrestato nell'aprile del 2016: «Una notte, mentre meditavo, mi sono detto che non tutto era finito perché il mio proposito era grande. In quel momento ho capito che il Padre mio, Dio, era accanto a me». «Sono grato a Cristo perché ha messo quelle persone sulla mia strada per aiutarmi a concludere gli studi secondari e ottenere questo cambiamento nella mia vita. Ciò che spero, e quel che vedo per me in un futuro, è di diventare uno chef internazionale». «Non ci sono parole - ha concluso - per descrivere la libertà che sento in questo momento».

 

Al termine, le parole della direttrice del carcere il Papa: «Grazie per aver confermato loro che Dio li ama e che un futuro senza violenza o trasgressione è possibile. Grazie per averci fatto sapere che siamo tutti uguali».

 

da leggere su w2.vatican.va: Viaggio Apostolico a Panama: Liturgia penitenziale con i giovani privati della libertà 

 

 

Vittoria Terenzi