Santità è....dare la vita per un'altra vita

Ogni giorno esistono storie che raccontano le vicende eroiche di madri che accudiscono e crescono i loro figli nel silenzio, nella fatica, nel sacrificio. Nel dolore. Lo fanno senza che nessuno glielo abbia ordinato, in virtù di un amore più grande, che “dà la vita per un'altra vita.”

 

Semplice, vestita di chiaro, i capelli raccolti, cammina abbracciata al marito Giovanni. Tutto in lei parla di semplicità: è Silvia “mamma coraggio”. Un “MA” nel momento in cui ci abbracciamo scuote il mio cuore: i suoi occhi gonfi che parlano di Benedetto nato in cielo sette giorni prima. E’ tutto normale: per un bel po’ le “mamme coraggio” dimenticano anche l’esistenza del rimmel.

Mi regala la foto di Benedetto (che custodisco gelosamente): “Io e Giovanni siamo sposati da quasi 10 anni e abbiamo quattro magnifici bambini: Agnese, di 9 anni, Pietro di 7, Tommaso di 4 e Benedetto, nato il 4 aprile di quest’anno e salito al cielo il giorno successivo, dopo (8 mesi e) 30 ore di vita.

Da quando vivo a Cremona presto saltuariamente servizio come volontaria presso il Cav Centro Aiuto Vita del nostro ospedale. Questo mi ha permesso di confrontarmi più volte con la questione dell’aborto e con storie difficili, di donne che affrontano gravidanze con mille difficoltà, da quelle economiche a quelle di salute. Ma vivevo tutto questo con un certo distacco e forse un po’ inconsapevolmente, perché mi ritenevo tutto sommato fortunata, coi miei tre bambini e la mia vita tranquilla.

Nell’ultimo anno avevo però anche incontrato la storia di Chiara Corbella Petrillo, che mi aveva colpito tantissimo e lasciato senza fiato per l’evidente semplicità e letizia con cui questa giovanissima donna aveva affrontato le sue prove, insieme a suo marito: come non desiderare una fede così anche per me? Mi sembrava impossibile.

Questo ha contribuito a far nascere in me il desiderio di accogliere un altro bambino, rispondendo anche ad una questione sempre aperta per mio marito, “già pronto” da tempo. A me, invece, venivano in mente un sacco di obiezioni: abbiamo già tre figli, i soldi che non bastano mai, il mutuo che sembra non finire mai, la scelta delle scuole private cattoliche, i problemi organizzativi (non avendo nonni vicini), il lavoro che porta via tanto tempo… e quell’ultima grossa paura legata alla possibilità che questa volta non andasse bene come le altre, che ci potesse nascere un figlio con una qualche disabilità o con Syndrome di Down visti i miei 37 anni.

Ma il desiderio in me cresceva e allora mi sono affidata alla preghiera e la gravidanza è arrivata. Il mio cuore, però, non era tranquillo. Non respiravo neanche un centesimo di quella letizia tanto desiderata: ad ogni dolorino o perditina correvo in ospedale a farmi controllare, come se in cuor mio già sapessi che questo bambino non era per noi. Poi arrivó Il 23 dicembre, il giorno della eco morfologica in ospedale e per la prima volta, ad una morfologica, volli accanto a me mio marito.

Appena la ginecologa iniziò a guardare il nostro bimbo il clima passò immediatamente da scherzoso e rilassato a gelido e silenzioso. Il nostro bimbo aveva malformazioni ovunque: il cervello, il cuore (un disastro), un braccino, i piedini, una trisomia 18, incompatibile con la vita. Io ero alla ventesima settimana, per cui la ginecologa mi disse che se avessi fatto subito l’amniocentesi avrei avuto ancora il tempo di “scegliere”. Con mio marito non c’è stato neanche bisogno di guardarsi in faccia per dire il nostro dolorosissimo “si”: il nostro bimbo era lì, col suo visino, le sue manine e gambine che si agitavano. Se avesse vissuto o no non sarebbe stata una nostra scelta. 

Lui era stato voluto così e così noi l’avremmo accolto. Lui era vivo e non sarei stata io, sua madre, ad ucciderlo. Il primo pensiero è stato che il Signore forse aveva capito che non sarei stata capace di accudire un bimbo disabile e me l’aveva donato con un male ancora più grande, che l’avrebbe portato via da me, probabilmente ancora prima di nascere. Ma l’affezione al nostro bimbo si faceva sempre più grande, tanto da chiedere il miracolo che potesse comunque sopravvivere (ci sono bimbi con trisomia 18 vivi e vegeti, anche se con mille patologie). Certo ci faceva paura anche solo l’idea di quello che avrebbe significato per noi e i nostri bimbi ma se il Signore l’aveva voluto era per noi.

Era così forte e tenace Benedetto tanto che ha tenuto duro fino alla trentacinquesima settimana. Durante la gravidanza ci siamo appoggiati all’equipe della dott.ssa Vergani del San Gerardo di Monza e siamo stati seguiti anche dal neonatologo dello stesso ospedale, dott. Paterlini, e - seppur da lontano – dalla neonatologa dott.ssa Parravicini, esperta di comfort care, a New York.

Ci tengo a ricordarli perchè per noi non sono stati solo dei medici, ma sono stati parte di una compagnia che ci ha aiutato ad accogliere Benedetto, a volergli bene fin da subito e a dargli solo ciò di cui aveva bisogno, che poi è ciò di cui noi tutti abbiamo bisogno: essere amati e sentirsi amati. Questo mi ha fatto anche capire come l’essere accompagnati da professionisti che, non solo sono estremamente preparati nel loro campo, ma hanno anche uno sguardo aperto alla realtà, sia indispensabile in queste delicate circostanze: alla prima ecografia che abbiamo fatto a Monza, la Dott.ssa Vergani per prima cosa ha cercato di capire se fosse maschietto o femminuccia e non a vedere il lungo elenco di malformazioni che portava Benedetto.

Quante volte, rivolgendosi a lui, ci ha detto “è proprio un mistero”. Questo mi ha aiutato a non vacillare: non mi ha mai sfiorato nella testa il dubbio che fosse tutto inutile, che quei mesi di gravidanza fossero mesi buttati al vento, anche perchè penso di non aver mai vissuto momenti più belli e intensi con mio marito, i nostri figli e gli amici che ci hanno accompagnato come fratelli.

 

fonte Aleteia