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Storia di una Vocazione

Sognavo, da bimbo, imprese più grandi di me che mi portavano nel regno fatato di regine, imperatori e pirati. Più tardi fu l’impresa di Teresa la grande, che fuggì per convertire i Mori, che mi attrasse. Più tardi ancora l’esempio della piccola carmelitana di Lisieux avvinse il mio animo giovanile: soffrire come lei, offrire come lei, per potere, come lei, morire in un’ estasi di amore per la salvezza delle anime.

 

Morire giovane, morire vittima, offrire la propria vita a tale scopo: mi sembravano le mete luminose verso le quali dovevo indirizzare i miei sforzi. E il flebile lamento di Gesù agonizzante sulla croce risuonava al mio animo come l’invito ad offrirmi generosamente vittima per i fratelli.

 

Gli anni passarono e i sogni sfiorirono. Morire giovane non era più possibile e offrirsi vittima alla divina giustizia rimaneva come ideale altissimo ma sproporzionato alla viltà che si era sviluppata, connaturata al mio carattere. Ripiegare dunque su una posizione di mediocrità e contentarsi di camminare costa costa, senza azzardarsi a tentare le scalate delle vette luminose, ma troppo ripide?

 

Fu l’amore redentivo che dette la soluzione definitiva alla mia anima. L’analisi dei sentimenti del Cuore di Cristo mi portò al centro della sua anima e lì trovai che in  Lui, Verbo Incarnato, tutto era in funzione della salvezza delle anime. Per esse Egli si era incarnato ed aveva vissuto lunghi anni nel nascondimento di Nazareth; per esse si era stancato lungo i sentieri montani o pianeggianti della Palestina ed aveva predicato, moltiplicato miracoli, passato notti insonni; per esse era morto sul duro legno della Croce ed era infine risorto.

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Quanti libri!

 

Guardavo, passeggiando lungo la stanza, i vecchi libri sistemati con cura nei numerosi scaffali. Quanti ricordi, quanta nostalgia. Anni passati che mi sembrano ieri, che però sono ormai troppo lontani.

 

Sono anziano, sono malato e non posso più leggere e studiare. Mi rimane solo qualche stralcio di tempo in cui scribacchiare qualche riga. Da qui il senso di pungente nostalgia, assieme ai tanti ricordi.

 

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Un ricordo... e la certezza delle radici

Sono nato in una cittadina della Sicilia, a Noto, 75 anni fa, e sono venuto a Roma quando ero ancora bambino: avevo dieci anni; dopo qualche anno sono entrato in Seminario.

 

Mi sono sentito talmente romano (facevo anche le poesie in romanesco), che gustavo la gioia di non essere più tornato in Sicilia; fatto strano, direi superbia infantile o giovanile! E’ durata fino al 1950 questa mia “romanità”, per cui non avevo più avuto contatti con la Sicilia; poi, nel ’51 mi sembra, sono dovuto tornarvi per una causa matrimoniale (a quel tempo ero ufficiale del Tribunale matrimoniale del Vicariato). 

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Nel confessionale con la carità

Si è oggi tentati di pensare, dopo certi incontri con alcuni sacerdoti, alle confessioni a gettoniera, quando poi non succede di peggio, per esempio: Da quanto tempo si è confessato? Da quindici giorni. Ma allora perché torna così presto? Basta un atto di dolore!

 

Scena questa non ipotetica, che sottende una certa concezione infiltratasi tra alcuni membri della Chiesa dopo il Vaticano II.

           

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Il valore di un'amicizia

Un amico è come l’aria: la usi, ne godi, ma ne avverti l’importanza solo quando ti viene a mancare. Ho compreso questo soprattutto nel caso di don Teodoro. Più grande di me di parecchi anni, uomo ecclesialmente affermato dinanzi a me ancora giovane e immerso nei miei studi di diritto, pieno di esperienza pastorale ma di una estrema semplicità, ha inciso profondamente nella mia vita apostolica.

Venuto come un piccolo implume nella parrocchia della Madonna dei Monti, trovai nella vicinanza di don Teodoro la mia più profonda vocazione di confessore e direttore spirituale.

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